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Coronavirus, la psicosi d’Italia distrugge wine bar e ristorazione

Tempo di lettura: 3 min

Non sono un medico e tantomeno un virologo o un infettivologo. Sono un giornalista e comunque una persona abituata a osservare il mondo, le relazioni e i comportamenti. E’ per questo che ritengo che alla fine della bufera Coronavirus, in Italia risulterà che ad aver prodotto più danni del Covid-19 saranno state solamente le misure draconiane per prevenirne tardivamente la diffusione.

Premettendo che il mondo è partito in ritardo assoluto proprio per colpa della stessa Cina, che si è ben guardata dall’informare subito la comunità scientifica internazionale di quanto stava accadendo già alla fine del 2019, certamente l’Italia ha gestito l’emergenza con un disordine e una disparità di misure da lasciare allibiti.

La disinformazione e l’avanzare in ordine sparso a tastoni nel buio, giorno dopo giorno, ha portato la popolazione a sviluppare per mancanza di chiarezza una psicosi generale che ha quasi azzerato la vita sociale e fatto impennare le speculazioni dei soliti sciacalli su mascherine inutili e altri presidi divenuti costosissimi e introvabili, a partire dai gel igienizzanti per le mani.

Incommentabile, poi, il coprifuoco imposto alle ore 18 da parte delle autorità che hanno ad esempio chiuso precauzionalmente i bar la sera (come se di giorno i virus dormissero) lasciando aperti con assoluta incoerenza alberghi, ristoranti o altre attività.

I danni che stanno subendo i wine bar italiani e i produttori che li riforniscono sono, già oggi, di enorme entità. La paura instillata nella popolazione, per di più, rischia di generare un’onda lunga di diffidenza e riluttanza a uscir di casa che occorrerebbe arginare con ogni mezzo e una buona informazione.

Secondo gli esperti Covid-19 è al momento pericolosissimo solo per precise fasce di popolazione; per la maggior parte degli adulti sani, nella maggior parte dei casi, in caso di contagio si tratterebbe di dover combattere contro una pesante polmonite. Covid-19 appare quindi una malattia epidemica dalla quale guardarsi e rispetto alla quale fare prevenzione, ma non è la peste che è stata fatta percepire in Italia.

Appaiono rimedi palliativi le annunciate sospensioni di tasse e mutui ai titolari di locali nelle zone colpite, perché per poi ricominciare a corrisponderli bisogna poter pensare di continuare ad avere prospettive e clientela. Molte attività già appese un filo, specie nella provincia italiana, qualora l’emergenza si prolungasse potrebbero finire con il chiudere definitivamente i battenti.

Doveva succedere tutto questo? Sta forse accadendo in altri paesi europei con la medesima entità che in Italia? Alla fine non sarà stata colpa di nessuno, ma a pagare il prezzo saranno ancora esercenti e produttori, già messi in enorme difficoltà dalla crisi dell’export verso la Cina per l’allarme virus e dalla querelle sui nuovi dazi USA, da poco conclusasi almeno per il momento per i produttori vitivinicoli.

Per finire due domande. Si dovrà forse annullare precauzionalmente la ProWein di Dusseldorf? Non ci pensano nemmeno. E in Italia deve saltare Vinitaly dopo le anteprime delle diverse denominazioni italiane? E poi cosa? Smettere di vivere per l’epidemia di un virus largamente curabile non significa, forse, auto condannarsi? In questo, noi siamo maestri.

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