Giornata del Metodo Classico Italiano? La lezione dello Champagne all’esercito del selfie

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Grandi, grandissimi, praticamente in mutande. Sono gli attori del mercato italiano del Metodo Classico, produttori che ancora si dividono in mille manifestazioni in lungo e in largo per l’Italia non capendo la grande lezione arrivata dalla “Giornata italiana dello Champagne” del Bureau du Champagne Italia, con tutti gli elementi del palinsesto al posto giusto, concentrando l’impegno di chi deve esporre e raccontare etichette o presentare anteprime. A quella giornata più che editori, guide, venditori, direttori artistici e assetati ho sempre trovato una brochure con le descrizioni tecniche delle referenze proposte in assaggio e uno spazio per gli appunti relativi alla degustazione.

L’Italia degli eventi legati alla spumantistica va invece avanti in ordine sparso e senza realizzare che sarebbe sempre bene raccontare l’universo bollicine distinguendo con cura i pianeti: un Metodo Classico è una cosa e un Metodo Martinotti un’altra, per investimento e criteri produttivi, dalla vigna all’affinamento (quando c’è e/o possa definirsi tale) e fino ad arrivare alla bottiglia.

E’ il 2020 e si continua, anziché puntare su componenti elevate e distintive, a voler promuovere le referenze top di gamma italiane prendendo a modello l’idea delle feste della birra (tante, diffuse, ovunque) e delle sagre paesane più noiose (mangia e bevi di tutto), quelle in cui anziché mettere al centro un prodotto, trasmettendone l’unicità, si serve un minestrone di varie ed eventuali, con programmi barocchi che trasudano un troppo che storpia.

Rispetto a questi modelli i salottini dello spumante italiano una cosa diversa ce l’hanno: il grande albergo, che non manca mai, ma che diventa un ulteriore limite, una gabbia d’oro, in un mondo che è radicalmente cambiato mentre tutti erano forse girati dall’altra parte. Il Metodo Classico italiano è diventato molto più “pop” e questa sarebbe una consapevolezza su cui far leva, avendo il coraggio di optare anche per location diverse.

Prima di tutto il salottino vip con sopra i tavoli di degustazione “la qualunque” degli spumanti, da quelli bianchi a quelli a righe o quadretti messi insieme alla rinfusa, fa molto commedia all’italiana con protagonista il Dogui (ti aspetti frasi tipo «Uè, animale, versami quella bolla lì come se piovesse» oppure tipo «Milano, via Della Spiga-Pescara Spumantitalia, 2 ore 54 minuti e 47 secondi. Alboreto is nothing»).

In secondo luogo così facendo si finisce solo con l’accrescere la confusione nella mente del consumatore che già di suo non conosce storia e peculiarità delle zone di produzione, senza parlare dei due metodi di spumantizzazione, così simili per chi non ne sa eppure così diversi nella forma e nella sostanza.

Per concludere è stato ampiamente dimostrato che in epoca recente le manifestazioni da torre d’avorio hanno annoiato; il ponte levatoio del castello che separa l’élite dalla massa allontana proprio quel pubblico che ci sarebbe un gran bisogno di agganciare ed educare. A questo riguardo Giacomo Mojoli, divulgatore, formatore e già fra i padri fondatori di Slow Food Italia, da 4 anni ribadisce che il messaggio cardine in quest’epoca è «Top&Pop», come il nome della sua manifestazione che invita i produttori a ripensare alle modalità di approccio agli appassionati al vino secondo un codice all’insegna di essenzialità, linguaggio epurato dai bizantinismi del glossario di settore e un pizzico d’informalità in grado di avvicinare da subito le parti, generando rapporti di valore nel tempo.

I buoni consigli restano però lettera morta e ci si continua ad avvitare intorno a stereotipi, dal cinque stelle all’ospite vip. I produttori di Metodo Classico in Italia, eccezion fatta per pochi brand di successo, non sembrano nemmeno aver compreso quanto contino i rapporti diretti con giornalisti e opinion leader della nuova era digitale 4.0. Per molti è una scocciatura aprire la porta, rispondere a un’email di primo contatto, inviare campionature di prodotto e relazionarsi in maniera stabile con chi sta dall’altra parte. E’ un lavoro che andrebbe fatto con metodo tra Italia, Europa e resto del mondo. Appare invece molto più semplice, benché poco proficuo, l’evento auto referenziale, per la solita schiera di 100 invitati, oppure la fiera “per far vedere che non manchi” e che nel caos cosmico, nemico della degustazione di scoperta come andrebbe fatta, tra uno stand e l’altro ci sei anche tu. In sintesi tanto tempo e denaro sprecati per un selfie, una storia su Instagram, un video su YouTube o poco di più.

E’ sfruttando l’estrema debolezza dei produttori che li si porta tutti a spasso, come al guinzaglio, salvo poi trovarsi ad aver percorso tanti chilometri e collezionato senza un perché vari doppioni degli stessi biglietti da visita ad appuntamenti che non servono né alle cantine, né agli esercenti né ai buyer.

In tanti anni l’Italia del Metodo Classico (Franciacorta, Trento Doc, Alta Langa e Oltrepò Pavese) non ha nemmeno realizzato in sinergia una mappa 3D dei terroir, corredata da storia e dati scientifici di ciascuna zona, senza parlare di un’APP unica tradotta in più lingue e di una manifestazione comune ufficialmente riconosciuta. La “Giornata del Metodo Classico italiano”? A causa delle tante futilità da inseguire oggi non c’è spazio in agenda, eppure andrebbe pensata, promossa e portata in tour nelle dieci più importanti capitali del mondo.

Torna alla mente l’Albero della Vita di Expo Milano 2015 che salutava il pubblico internazionale con il billboard di «Orgoglio Brescia». Dovremmo, forse, passare a «Orgoglio Italia».

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