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FIVI, l’anti sistema deve diventare sistema?

Tempo di lettura: 5 min

[intro-text size=”25px”]Il maître à penser dei vignaioli controcorrente, Walter Massa, dalle colonne di WineMag ieri ha esortato la Federazione Italiana dei Vignaioli Indipendenti (FIVI) a essere non solo organizzatrice di eventi di successo ma anche sindacato. Al direttore di WineMag, Davide Bortone, Massa ha spiegato: «In Fivi trovo oggi un vuoto culturale, ideologico e propositivo che le impedisce di dire la sua. L’associazione è nata con delle idee, è sana, ha una presidente che stimo, ma è gestita da un direttivo privato di figure determinanti e che comprende alcuni membri culturalmente troppo fragili e lontani dal mondo dell’Agricoltura veracemente artigianale».[/intro-text]

Questa riflessione arriva dopo la mancata firma da parte di FIVI della petizione contro i dazi sul vino italiano negli Stati Uniti d’America, iniziativa promossa da 140 produttori tra i quali alcuni associati allo stesso sodalizio.

Ha ragione Massa oppure la presidentessa di FIVI, Matilde Poggi, che pur avendo firmato la petizione come vignaiola e scritto al commissario all’Agricoltura e allo Sviluppo rurale Janusz Wojciechowski, sollecitando un’azione politica condivisa da tutti i paesi europei, è comunque in discussione per il ruolo ufficialmente assunto da FIVI sulla vicenda?

Sempre ieri, per chiudere con l’evolversi della vicenda prima di entrare nel merito della domanda, il direttore di WineMag, Davide Bortone, in un efficace editoriale (leggetelo: https://www.winemag.it/fivi-tieni-accesa-la-fiamma/) ha esortato FIVI a tenere accesa la fiamma, non preoccupandosi solo del consenso social ma puntando ad accrescere il proprio peso istituzionale. 

Il dibattito si è aperto e ognuno è libero di farsi la propria opinione. La mia idea parte da un assunto: l’anti sistema, FIVI, ha avuto negli ultimi anni un tale successo, in termini di coinvolgimento di produttori e ingaggio del pubblico a caccia d’identità dietro ogni etichetta che acquista, da subire uno scatto di crescita difficile da governare, gestire e tradurre progressivamente in strategie per evolversi.

Sebbene il paragone sia un po’ tirato, si potrebbe quasi asserire che FIVI sia stata nell’ultimo decennio il Movimento Cinque Stelle della prima ora all’interno del mondo del vino italiano e che oggi, capitalizzando i grandi consensi, l’associazione dei produttori si trovi al guado del dover passare dall’essere forza di lotta a forza di governo di ciò che si è polarizzato attorno ad essa.

Qualcuno potrebbe obiettare che Walter Massa abbia parlato così perché si nutre di vitivinicoltura e passione per la politica. Comunque la si pensi è però vero che oggi molti guardano a FIVI come a una speranza per la crisi d’identità di altri organismi messi alla prova da modelli di rappresentatività più basati sul “quanto” che sul “come”.

Da una parte ci sono i consorzi in cui tanto produci tanto voti, società di persone trasformate in società per azioni, poi i sindacati agricoli che vivono un po’ lo stesso problema, pur con sfumature molto diverse e uno scoglio a monte: a livello nazionale gli interlocutori politici motivati a dare risposte efficaci, al di là del ricorso ai continui tavoli di concertazione e ai convegni auto referenziali, scarseggiano.

Va poi ricordato che la decennale esperienza e la capacità d’azione nei contesti italiani e internazionali di figure come Riccardo Ricci Curbastro, presidente di Federdoc, o di Paolo Castelletti, segretario generale di Unione Italiana Vini, né si comprano né s’improvvisano. Se da un lato occorre sapere cosa serve, bisogna anche avere la visione e la preparazione per agire da specialisti. Si gioca a scacchi, non a battaglia navale. Ormai il 90% delle questioni si discutono in sede di Unione Europea oppure ancora più lontano. 

Dal canto suo Pierangelo Boatti sul quotidiano Libero di domenica (potete leggere la sua rubrica cliccando qui…) invitava persino il Mipaaf a non tirarla lunga con la nuova cabina di regia che il ministro Teresa Bellanova ha in mente, perché alle piccole imprese che danno valore al mondo del vino italiano servono azioni mirate, in discontinuità con il passato, da inserire subito nell’agenda di governo.

A chi tocca fare la sua mossa? L’impianto programmatico di FIVI, enunciato a più riprese, sembrerebbe dar ragione a Massa: l’associazione dovrebbe agire anche sul piano dell’aiuto ai soci su questioni dirompenti come i ventilati dazi USA. Ciò che a Massa appare un limite da superare, tuttavia, è stato sin qui il primo valore della Federazione Vignaioli Indipendenti: agire al di fuori della politica e delle vecchie logiche, senza redini e senza scendere a compromessi.

Ora la scelta che farà FIVI la condizionerà certamente in un senso o in un altro. L’evoluzione naturale è quella di diventare sindacato a tutti gli effetti ed elaborare idee politiche, oppure no? Saranno i soci a deciderlo, in libertà e autonomia. Che gli organismi dirigenti della federazione siano culturalmente vuoti, tuttavia, proprio non lo credo: con metodo e perseveranza, senza contributi pubblici e fondamentalmente contro ogni pronostico dell’establishment e persino degli opinion leader a parte il giornalista Franco Ziliani (da rileggere cliccando qui…), hanno portato 22.500 persone all’ultima edizione del Mercato di Piacenza, l’evento annuale più atteso direttamente curato dall’associazione, favorendo l’incontro produttori-winelovers e rendendo possibile la vendita di centinaia e centinaia di bottiglie di vino di qualità al prezzo giusto: un miracolo nell’Italia degli outlet, degli e-commerce e delle offerte volantino. A Piacenza c’erano anche di loro spontanea iniziativa giornalisti, blogger, opinionisti e degustatori professionali: si è spostata una montagna.

Alzi la mano il piccolo produttore che ad altri eventi del vino in Italia raggiunge simili risultati economici e di visibilità, ecco spiegato che il buono sta in questo.

Quello che manca arriverà se ci saranno le condizioni e se la provocazione di Massa e un po’ anche di WineMag verrà colta. Fino ad allora diciamo pure che nel 2019 per i piccoli produttori di filiera, molti di quelli che altrove contano lo zero virgola, l’associazione che ha davvero prodotto risultati si chiama FIVI.

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