Olio extravergine italiano: patrimonio da riscoprire tra racconto, cultura e turismo

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Il vero olio extravergine d’oliva italiano, la perla che brilla ancora pur tra fiumi di prodotti nemmeno paragonabili che nascono da olive prodotte nell’area dell’Unione Europea (quando va bene), rappresenta davvero un tratto distintivo per l’Italia, un valore potenzialmente strategico per l’agroalimentare nazionale.

Mentre l’olio di Puglia è stato riconosciuto come IGP (indicazione geografica protetta), la vitale associazione nazionale Città dell’Olio, nata nel 1994 e che oggi riunisce 350 territori ad alta vocazione, attende l’equiparazione dell’enoturismo all’oleoturismo con la Legge di Bilancio 2020, cioè di veder normate le attività culturali e d’accoglienza dei produttori attenti allo storytelling immersivo tra gli uliveti. Premesso questo, è arrivato il momento di fare qualche riflessione con chi sa discernere tra referenze di basso profilo ed etichette che andrebbero considerate patrimonio nazionale.

Quando è autentico il nostro olio è unico almeno quanto i vini con una storia e un’identità, quelli che si vendono a valore e non a volumi, quelli che devi andare a cercare direttamente dal produttore perché non hanno i numeri per finire in grande distribuzione o all’attenzione della massa, resa famelica di offerte volantino a basso costo più che di eccellenze. Abitualmente di valorizzazione della tipicità si parla solo ai comizi, durante le campagne elettorali, su qualche libro e ai convegni. Tutte parole che andrebbero prese, messe a sintesi e trasformate in nuove politiche di settore.

Gli errori e le opportunità

Nonostante il mondo dell’extravergine italiano sia stato per molti aspetti sfregiato e snaturato da scelte sbagliate nel corso degli ultimi vent’anni, comunicando valori medi al consumo profondamente sbagliati, oggi tante piccole aziende stanno cercando di porre rimedio all’assenza di racconto e di strategie di marketing, errori che avevano portato a prestare il fianco alle speculazioni incontrastate di alcuni colossi dell’industria, favoriti dalla poca cultura del consumatore.

Sta tornando a crearsi un segmento “premium”, fatto di oli con una storia in bottiglia. Quando a partire dagli ulivi di zone storicamente vocate i produttori lavorano con talento, passione e sacrificio nascono etichette che sanno emozionare. Quando tornano ad aver voglia di raccontarsi è lì che scatta la vera scintilla. Si tratta quasi sempre di produzioni in serie limitata per non dire limitatissima, cui bisogna il più delle volte arrivare attraverso il passaparola o la lettura di qualche recensione, articolo o guida di settore.

Nonostante l’emergenza Xylella, i cali di produzione e la concorrenza sleale da contrastare, stranamente il Mipaaf e le istituzioni preposte non dedicano attenzione al mondo dell’extravergine di alta gamma: si è pensato giustamente al rafforzamento della tracciabilità ma per la promozione, la valorizzazione e la crescita della cultura dell’olio italiano nel mondo sembrano non esserci risorse strutturali adeguate da mettere in campo, con metodo e continuità. 

A pensar male si fa peccato, ma probabilmente agire valorizzando chi merita comporterebbe d’iniziare a distinguere davvero e ciò farebbe male a qualche colosso, forte nel prezzo e magari nel packaging, ma non altrettanto nel livello qualitativo proposto.     

Il mondo dell’olio d’oliva

Eppure ci sarebbe da cambiare rotta: lo dicono la storia e gli indicatori economici. La coltivazione dell’ulivo e la produzione di olio di oliva sono diffuse in massima parte nell’area del Mediterraneo. L’Unione Europea nel suo complesso occupa l’80% della produzione mondiale di olio di oliva. I maggiori produttori europei sono Spagna, Italia, Grecia e Portogallo. In questi paesi l’olivicoltura ha una grande importanza non solo per l’economia rurale, ma anche per il patrimonio culturale e ambientale, se si considera che nel settore lavorano circa 2.5 milioni di produttori, circa un terzo degli agricoltori dell’Unione Europea e che in alcune regioni d’Italia, Spagna e Grecia l’olivicoltura è di gran lunga la principale attività agricola, sia in termini di occupati sia in termini di percentuale di superficie coltivata.

Al di fuori dell’Unione Europea i maggiori produttori si affacciano anch’essi sul Mediterraneo e sono Tunisia, Turchia, Siria e Marocco. Quote minoritarie vengono prodotte nel continente americano, in Australia e Giappone.

Tuttavia, per questioni legate a tradizionali e consolidate abitudini alimentari, si verifica che in talune aree geografiche, come il Nord Europa o il Nord America, si continuano a preferire altri tipi di oli e grassi (oli di semi, grassi animali eccetera), mentre l’olio di oliva continua a essere particolarmente apprezzato negli stessi paesi che hanno un’antica tradizione olivicola. Ne consegue che il mercato dell’olio di oliva è piuttosto anelastico, poiché gran parte del mercato mondiale del prodotto è costituito dagli stessi paesi produttori.

A livello mondiale, il mercato di tutti gli oli di oliva rappresenta solo il 4% di tutti gli oli e grassi per uso alimentare. Tuttavia la domanda dell’olio di oliva a livello mondiale, grazie alle qualità nutrizionali degli oli di oliva e all’abbinamento alla Dieta Mediterranea, molto apprezzata per la sua semplicità e per gli aspetti salutistici che accrescono la vita media sana, è in continua crescita con incrementi dal 3 al 5% all’anno.

Il mio percorso di riscoperta

Per quanto riguarda me, dopo alcune conversazioni con amici produttori di Liguria e Lombardia, fu l’incontro con la brillante sommelier AIS Antonietta Mazzeo, esponente dell’associazione nazionale Donne dell’Olio, a farmi appassionare alla degustazione dei frutti dell’olivicoltura. Lei mi spiegò come distinguere prodotti di valore dai bottiglioni farlocchi, mettendomi però in guardia dalla mitizzazione del piccolo, che non sempre è per forza “top” ma che il più delle volte ha spazi di crescita.

Antonietta Mazzeo

Lei mi descrisse però un microcosmo semi ignoto all’opinione pubblica del quale rispetto al mondo del vino non si conosce ancora che la punta (la parte meno degna di nota) dell’iceberg. Ad accompagnarmi per i primi passi furono alcuni miei amici ristoratori con una solida preparazione in tema di olivicoltura, cultivar e abbinamenti: Roberto Venturi e Domenico Adorato mi educarono, a tavola, sull’esistenza di una grande tavolozza di oli extravergine italiani sempre in grado d’impreziosire il gusto di ogni portata se scelti con cognizione di causa. Fondamentale per me fu anche appassionarmi alla qualità del lavoro giornalistico di Attilio Barbieri, firma del quotidiano Libero, professionista specializzato in tematiche agroalimentari e paladino dell’olio extravergine italiano più vero.

Roberto Venturi

Domenico Adorato

Attilio Barbieri

Sono trascorsi 3 anni: ho letto tanto, ho approfondito, ho assaggiato, ho comperato etichette diverse (comprese le più buone proposte in grande distribuzione), ho intrattenuto interessanti conversazioni con esperti del settore e seguito un percorso che vedrò di condividere con voi, a partire dalle prossime settimane, in una sezione del mio blog dedicata all’olio italiano.

La nuova sezione del blog

Ho scelto di dedicare il mio sito a vino, gusto, turismo dei sapori, accoglienza e ristorazione. Come non parlare anche di extravergine? Ci sono zone note e altre meno: arriverò progressivamente a raccontarvi anche di esperimenti di produzione al 45° Parallelo, che da parallelo dei grandi vini sta diventando anche interessante per i risultati che danno gli uliveti a questa latitudine.

Tante vigne, dal Sud fino al Nord Italia, hanno spesso accanto, a poca distanza, piccoli uliveti per produzioni di nicchia di estremo interesse. Biodiversità, storia e cultura: un patrimonio da scoprire insieme.

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