Food Industry Monitor, l’alimentare traina l’Italia

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L’alimentare è il settore più di tendenza del nostro Paese. Cresce con un tasso di variazione che supera il doppio (+3,6%) del PIL italiano (+1,5%). Restano notevoli differenze tra i comparti e le migliori performance di crescita se le aggiudicano i settori del caffè, food equipment, distillati e vino. Non lascia dubbi l’Osservatorio sulle prestazioni delle aziende italiane del settore agroalimentare, elaborato dall’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo con il sostegno di Gruppo Banca del Ceresio. La quarta edizione del Food Industry Monitor presenta i dati economici e competitivi di 815 aziende per un fatturato aggregato di circa 61 miliardi di Euro rappresentative del 71% delle società di capitali operanti nel settore Food italiano. L’analisi dei dati relativi al settore del vino evidenzia delle buone performance di crescita e una lieve contrazione della redditività commerciale e della redditività del capitale investito.

Analizzando le performance pluriennali (2009-2016) dei produttori di vino, emerge che le aziende che adottano il modello di business del trader (gli imbottigliatori, che comprano vino e imbottigliano) hanno le performance di crescita pluriennale più elevate, anche se una redditività commerciale attorno al 3%, ovvero decisamente inferiore rispetto al valore registrato dai produttori integrati (7%) ovvero imprese di piccole e medie dimensioni che hanno al loro interno la produzione vitivinicola.
Le cooperative, una forza trainante del comparto in termini dimensionali, mettono a segno delle discrete performance di crescita, in linea con quelle registrate dai produttori integrati, tuttavia hanno una redditività molto bassa, con margini commerciali inferiori al 2%. Il comparto del vino ha difficoltà a sostenere un certo posizionamento di prodotto e quindi prezzi di vendita adeguati. Questo si evince dall’analisi dei dati relativi all’export: l’Italia ha volumi di esportazione maggiori del suo concorrente più prossimo – la Francia -, ma l’export del vino italiano vale il 40% in meno di quello francese. Questo perché si tende a esportare un prodotto di tipo “budget” con un posizionamento di prezzo decisamente più basso rispetto ai prodotti francesi. Non è quindi un caso che i risultati reddituali non siano del tutto soddisfacenti e che il vino rappresenti il classico esempio di comparto in cui le aziende hanno puntato sulla crescita a discapito della marginalità.

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